Trump e Von der Leyen: l’accordo su dazi, armi ed energia che Ursula vende come “trionfo”, ma IVA, Green Deal e bollette salate ci fanno ridere (amaro)

Eccoci qua, a commentare l’ennesimo spettacolo transatlantico, messo in scena il 27 luglio 2025 in un resort scozzese di proprietà di Donald Trump – perché, si sa, niente dice “neutralità diplomatica” come negoziare sul prato di casa del tycoon, tra un putt e un selfie.
Ursula von der Leyen, con l’entusiasmo di chi ha appena trovato la formula per la pace mondiale, ha incensato l’accordo commerciale tra UE e USA come se fosse il capolavoro del secolo. Ma, come al solito, il diavolo si nasconde nei dettagli, e qui i diavoli sono tre: l’IVA, il Green Deal e il costo dell’energia, che ci tassiamo da soli come se i dazi di Trump non fossero già abbastanza. E, ciliegina sulla torta, la sinistra italiana, invece di guardarsi allo specchio, punta il dito su Giorgia Meloni e i “sovranisti”, dimenticando che la trattativa l’ha condotta Ursula, proprio come loro avevano tanto invocato.
Partiamo dai fatti. L’accordo, siglato a Turnberry ed entrato in vigore oggi 1 agosto 2025 alle 6 del mattino, prevede che la maggior parte delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti paghi un dazio del 15%. In cambio, l’UE si impegna a comprare energia e armamenti americani per 750 miliardi di dollari e a investire 600 miliardi negli USA. Acciaio e alluminio? Dazi inchiodati al 50%, come se Trump avesse detto: “Vi concedo uno sconto, ma non illudetevi”. Ci sono poi i prodotti “zero per zero”, come componenti aeronautici e alcuni farmaci generici, che viaggeranno senza dazi da entrambe le parti. Ursula, raggiante come una star di Hollywood, ha dichiarato: “Questo accordo è un trionfo per l’Europa e per i nostri cittadini, un passo verso una relazione commerciale più forte e stabile con gli Stati Uniti”. Trump, ovviamente, ha rilanciato con un “il più grande di sempre”, e ci mancherebbe, visto che ha giocato in casa. Non dimentichiamo l’impegno su energia e armamenti americani, che fa sorridere Trump e un po’ meno i contribuenti europei, costretti a pagare bollette sempre più salate.
E qui entra in scena l’ironia, e non solo per il ghigno di Viktor Orban, che ha detto che Von der Leyen è stata “mangiata a colazione” da Trump. No, il vero spettacolo tragicomico lo offre la sinistra italiana, che per mesi ha cantato l’inno della “soluzione negoziata” a livello europeo, osannando l’unità dell’UE e la leadership di Ursula.
E ora che Ursula ha negoziato, esattamente come loro chiedevano, cosa fanno? Scaricano la colpa su Meloni, ovviamente.
Prendiamo Elly Schlein, che in un’intervista a Repubblica ha sparato: “Meloni e i suoi alleati sovranisti hanno indebolito l’Europa, lasciandola vulnerabile di fronte a Trump”. Scusa, bella Elly, ma non eravate voi a gridare che la trattativa doveva essere europea e non nazionale? E poi c’è Giuseppe Conte, che su X ha scritto: “L’Italia di Meloni paga il prezzo dell’isolazionismo sovranista, mentre Trump detta legge”. Caro Giuseppi, la trattativa l’ha fatta Ursula per tutta l’UE, proprio come volevate voi! È come incolpare il barista per il caffè amaro quando la miscela l’ha scelta lo chef.
Veniamo al nocciolo della questione: non solo l’IVA, ma anche il Green Deal e il costo dell’energia ci stanno strozzando più dei dazi di Trump. In Italia, l’IVA standard è al 22%. In Germania si scende al 19%, in Francia al 20%, in Lussemburgo al 17%. I farmaci generici, però, godono di un’esenzione IVA in molti paesi UE, come in Italia dove si applica un’IVA ridotta al 10% o addirittura zero per alcuni medicinali essenziali, il che mitiga l’impatto sui consumatori per questo settore. Ma per il resto? Il Green Deal ci aggiunge il suo bel dazio mascherato, come il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), che tassa le importazioni di prodotti ad alta intensità di carbonio (acciaio, cemento, fertilizzanti) per allinearli agli standard ambientali europei. Questo può gonfiare il costo di un prodotto importato del 10-20%, a seconda del settore. Le aziende europee, già alle prese con le quote di emissione dell’ETS (circa 70-80 euro a tonnellata di CO2 nel 2025), fanno fatica a competere, e i consumatori pagano il conto.
Facciamo un esempio concreto con un paio di jeans Levi’s, icona del made in USA, e un paio di jeans italiani di pari valore, diciamo 100 euro (o dollari, con l’euro ancora forte). Il jeans italiano esportato negli USA: costo base 100 dollari, ci aggiungi il dazio del 15% e il consumatore americano paga 115 dollari. Non proprio una tragedia. Ora, il jeans Levi’s che arriva in Italia: costo base 100 euro, ci aggiungi l’IVA al 22% e il consumatore italiano sborsa 122 euro. E questo senza contare eventuali dazi europei (per ora sospesi) o i costi indiretti del Green Deal, che fanno lievitare i prezzi di produzione e trasporto. In Germania (19% IVA), si pagano 119 euro; in Francia (20%), 120 euro. In ogni caso, il consumatore europeo paga più di quello americano, tranne per i farmaci generici, che grazie all’esenzione IVA e al regime “zero per zero” costano meno. Ma per tutto il resto?
È come se l’UE dicesse: “Trump, tu hai i tuoi dazi, ma noi abbiamo IVA e CBAM, che insieme sono una mazzata!”
E poi c’è l’energia, che rende tutto ancora più assurdo. Da quando l’Europa ha detto addio al gas russo a basso costo, i prezzi sono volati alle stelle. Secondo Eurostat, nel 2025 l’elettricità per le famiglie italiane costa circa 0,35 euro per kWh, rispetto ai 0,20 euro pre-crisi. Il gas? Intorno a 80-100 euro per MWh, contro i 20-30 euro di quando il gas russo scorreva a fiumi. E non dimentichiamo gli oneri di sistema nella bolletta energetica italiana, che pesano per circa il 20% del totale e finanziano incentivi per le rinnovabili, la cogenerazione, lo smantellamento di vecchie centrali nucleari e progetti di efficienza energetica. Questi oneri, che paghiamo tutti, fanno salire i costi per le aziende e i consumatori. L’impegno dell’UE a comprare energia americana, come previsto dall’accordo, non migliora le cose: il gas naturale liquefatto (LNG) dagli USA è più caro del vecchio gas russo, con costi di trasporto che aggiungono un 15-20% al prezzo.
Von der Leyen, imperturbabile, continua a vendere l’accordo come un successo, dichiarando: “Questo accordo protegge i nostri lavoratori e le nostre imprese, garantendo un commercio equo”. Equo per chi, Ursula? Perché tra IVA, CBAM, oneri di sistema e bollette alle stelle, sembra che i consumatori europei paghino il prezzo di un’Europa “verde” e “unita”, mentre i dazi di Trump colpiscono meno duramente i consumatori americani. E sì, i farmaci generici sono un’eccezione grazie al “zero per zero” e all’esenzione IVA, ma per acciaio, jeans e tutto il resto, l’Europa si tassa da sola più di quanto Trump tassi noi.
La sinistra italiana, invece di ammettere che IVA, Green Deal e oneri di sistema ci penalizzano più dei dazi di Trump, preferisce giocare al tiro al bersaglio con Meloni, come se fosse lei a decidere tasse, dazi o bollette. È un po’ come incolpare il cameriere per il conto salato quando il menu l’ha scritto lo chef, i prezzi li ha gonfiati il Green Deal e gli oneri di sistema sono il dessert che nessuno ha ordinato. Intanto, noi consumatori europei paghiamo il prezzo, un jeans alla volta, mentre Ursula celebra il suo “trionfo”, Trump brinda sul suo green e la sinistra italiana si allena a puntare il dito sul bersaglio sbagliato.